“Io sono fatto così”

Identità, Personalità, Essenza

Crediamo di essere fatti di quella lista di cose che scriveremmo dopo i due punti.
E’ proprio, invece, quello che NON siamo. Semplicemente, seguiamo un copione. La cosa drammatica, è che senza quel copione siamo persi.

Il termine “persona” deriva dal latino “per sonare”, e si riferiva a qualcosa in cui si doveva “parlare attraverso”: originariamente indicava un particolare tipo di maschera da scena che presentava un foro ad imbuto all’altezza della bocca, atto ad amplificare il suono della voce dell’attore. “Per suonare”, appunto. Presto il nome della maschera prese ad identificare l’attore che la indossava in quanto, è comprensibile, nell’atto di indossarla e di recitare una parte, egli eclissava la sua identità a beneficio di quella veicolata dalla maschera, dalle espressioni e dai colori impressi su di essa.
In sostanza, il termine “persona” equivaleva ad “attore”, qualcuno che recita una parte.

E, col tempo, per qualche motivo, mai sapremo se con cognizione di causa o a causa di una qualche forma di saggezza dell’inconscio collettivo, la generalizzazione fu portata all’estremo, e la parola “persona” finì con l’indicare l’individuo in modo generico.
Da tempo immemore quindi, proprio dentro una delle parole più neutre ed insapori, si celano un significato importante ed un monito che suona più o meno: “ricordati che stai recitando una parte: questo non sei tu”.

Fai questo esperimento: indossa una maschera, prova ad interagire con gli altri e ti renderai conto che è molto più facile dire la verità. E’ quasi inebriante, anzi direi che l’effetto è molto simile a quello dell’alcool.

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero.”
Oscar Wilde

Per quale motivo?
Se cambiamo maschera, sovrapponendone una alla nostra naturale (cioè il nostro volto), non siamo più “noi” a metterci in gioco, a “rischiare la faccia”, ma qualcun altro: sto rischiando una faccia che non è la mia. Ho semplicemente cambiato identità.
Dev’essere a causa di quella che taluni chiamano “paura del giudizio”. Ma il giudizio, perchè dovrebbe fare paura? Chi o cosa si troverebbe in pericolo a causa di un giudizio esterno?

Il “chi” e il “come” dovremmo essere sono prestabiliti da molto prima che nasciamo: problemi, traumi, desideri ed aspettative frustrate dei nostri avi si riversano di generazione in generazione, dai trisnonni ai bisnonni ai nonni, fino a noi, quando ancora non siamo altro che un’idea nell’inconscio dei nostri genitori.
“mio figlio dovrà (o non dovrà) essere così, e così…”

Tutto quell’insieme di cose che siamo, quella lista della spesa uscita insieme a noi dal ventre della mamma, con scritte sopra già 2-3 direttive, fedele ed inseparabile compagna, aggiornata e rimpinguata puntualmente con nuove configurazioni e nuovi programmi da mamma e papà, dalle convenzioni sociali, dal prete, dalla maestra delle elementari, dai primi “amori”, fino a diventare l’undicesimo Comandamento: “Tu sei questo. Non desiderare di essere quello che non sei”.
L’identità.

E per tutta la vita poi mentiamo, fuggiamo, attacchiamo, ci nascondiamo, facciamo del male… per difendere questa nostra identità. Senza quella, cosa resterebbe di me? E’ questa la domanda terrorizzante che sta dietro a tante delle nostre azioni scellerate.
E qualunque cosa, caratteristica o persona integriamo nella nostra identità diventa virtualmente parte di noi, qualcosa da difendere con le unghie e coi denti, qualcosa la cui improvvisa mancanza stravolgerebbe il nostro mondo interiore in modo traumatico.
Tutti gli attori devono recitare la loro parte senza sbagliare, sul palco del nostro teatro interiore.

Facciamo un esempio banale.
“Sono un buon marito ed un buon padre di famiglia”: questa immagine di sè stessi implica che tua moglie DEVE essere soddisfatta e fedele, che i tuoi figli DEVONO essere ubbidienti, meritevoli, rispettosi… o comunque qualunque cosa rispecchi la tua immagine di “figli cresciuti da un buon padre”. Quando tuo figlio prende una nota a scuola; quando lo beccano a rubare in un supermercato; quando torna a casa alle 4 di notte ubriaco dalla discoteca… sono tutti attentati alla tua identità; quando tua moglie ti tradisce la tua identità si sgretola, l’immagine che hai di te stesso va in frantumi, letteralmente non sai più chi sei, perchè l’unica versione di te stesso che riconoscevi era quella con una moglie onesta, fedele ed innamorata.

Il triste effetto collaterale di questa esasperata azione iperprotettiva nei confronti della propria identità, è che l’altro, la persona vera, non l’attore, paradossalmente risulta poco importante, se non addirittura irrilevante. E’ una questione di vita o di morte, di autoconservazione: non resta spazio nè energia per uno sforzo di comprensione.

Che ironia pensare che invece questa identità, più è alimentata e salvaguardata, più ci tiene lontani dalla nostra Essenza.
Mi riferisco ad un concetto di Essenza che non c’entra nulla con religione, filosofia o New Age, che non ha necessariamente a che fare con lo spirito o con l’anima: semplicemente l’Essenza è quello che saremmo se non avessimo dei confini artificiali.

“Cavilla sui tuoi limiti e ti certo ti apparterranno”
Richard Bach – Illusioni, avventure di un messia riluttante

Ce ne stiamo chiusi nel recinto dell’identità, intimoriti dal mondo dell’essenza tutto attorno a noi, vasto e sconosciuto. Tanto più spesso e alto è il recinto, quanto meno scorgiamo quello che c’è al di là.
I sogni ad esempio sono uno sguardo oltre il recinto, uno sguardo nello specchio. Ma in un momento così, un po’ ubriachi per via del fatto che da addormentati lo si è, un po’ ubriachi. Solo che se non si è abituati, se da svegli non la si dà mai, un’occhiata oltre il recinto, il sogno è inevitabilmente incomprensibile… anzi, peggio: parla di tutt’altra persona.
Come leggere una lettera scritta per qualcun altro.
Uno si abitua così tanto ad indossare la maschera, che quando capita che se la toglie e si guarda allo specchio, difficilmente si riconosce, tanto da chiedersi perplesso: “…ma chi è quel tizio?”.

Insomma, chissà perchè, da dove viene, tutta questa rigidità. Qualcuno, sì, dovremo pur essere a questo mondo, ma perchè, dico io, con tutto questo accanimento?
E’ risaputo che nei materiali la fragilità è direttamente proporzionale alla durezza (alla rigidità). Più rigidi siamo, più facilmente ci rompiamo, e più soffriamo quando qualcosa di rompe.

Qual è l’alternativa? Come diceva il Buddha, la realtà è impermanente, e noi con essa.
Sarebbe sufficiente una bella Personalità: decisamente più elastica, versatile, funzionale al perfezionamento, cangiante e in divenire, sempre tesa verso l’Essenza.

Non ci sono confini nè limitazioni a ciò che un essere umano può fare ed essere. Questa forse può chiamarsi libertà.